La fotografia del profumo secondo Roberto Greco

Roberto Greco

Gli scatti di Roberto Greco saranno il fil rouge che accompagnerà i partecipanti all’edizione 2017 di Smell Festival presso le sale del Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna dove sarà allestita la sua mostra Distilling life: l’immagine dell’odore. Le sue opere risultano di grande impatto visivo, vere tele dove la pittura a olio è stata sostituita dal fermo immagine, in una sorta di rivisitazione della natura morta classica che vede però come protagonisti i flaconi di profumo. Roberto ha accettato di raccontarsi e di descrivere il suo rapporto con la fotografia, l’arte e il profumo. E infine, coerentemente al tema delle radici, ci ha regalato la sua memoria olfattiva, raffigurata come quell’istantanea che non fa parte di nessuna collezione specifica, ma che permea profondamente la sua anima creativa.

È difficile guardare una tua opera e considerarla solo una fotografia. La parola che mi affiora alla mente è sinestesia ovvero un’esperienza sensoriale che induce a una contaminazione di percezioni distinte, ma conviventi. Vedere con gli occhi un profumo e annusare un’immagine. Qual è il percorso creativo che sta dietro alle tue creazioni?
La sinestesia è per me un metodo naturale ed evidentemente incosciente di creare facendomi andare oltre l’elemento concreto: che si tratti di un oggetto come un flacone, di parole come il titolo, ma ovviamente anche di un odore, tutto diventa immagine mentale fatta di colori, forme e texture che userò nella mia composizione.
Mi serve questo per materializzare l’immateriale.

È chiara l’influenza della Pronkstilleven barocca nelle tue opere, della natura morta fiamminga, ma anche di Caravaggio e di Cristoforo Munari: la luce dorata che avvolge gli oggetti sullo sfondo scuro, i colori definiti che donano una sorta di teatralità drammatica, un’attenzione iperrealistica per i particolari. Da dove nasce il tuo amore per questa rappresentazione pittorica e come è nata in te l’intuizione di fare incontrare due mondi artistici apparentemente diversi tra di loro come pittura e profumo?
La fotografia non mi ha mai provocato lo stesso entusiasmo che la pittura. Ti direi anche che di arte fotografica ne so poco anche perché l’interesse è del tutto relativo. Per i miei 14 anni chiesi come regalo una macchina fotografica per immortalare e fermare ciò che mi circondava. Volevo fermare le cose per poterle osservare perché troppo furtive.
L’arte barocca nella pittura è brutale. Quando per esempio ti ritrovi di fronte a certe opere del Caravaggio capisci che non ti sta imbrogliando, te la dice come è. Questa radicalità fatta di sensualità e poesia la trovo magica. Il realismo disturbante di questa arte è fatta di emanazioni gradevoli, ma anche no: fiori, frutta, pelle, animali. Ecco perché non trovo affatto sorprendente riuscire a introdurre il profumo in questa estetica.

Ognuno di noi ha una memoria olfattiva. Le fragranze rimangono indelebilmente impresse nei nostri ricordi reali e immaginari. Tu le rendi protagoniste delle tue opere e le restituisci in icone dal forte potere evocativo. Raccontaci questo tuo personale rapporto con il profumo.
Senza essere un’appassionata di profumi mia madre ha sempre tenuto un rapporto relativamente stretto con i sentori. Che fosse spruzzando la scorza di un mandarino davanti a una fiamma di candela, o mettendo due gocce del suo profumo sul mio cuscino per colmare un assenza, lei mi ha sempre inculcato il potere degli odori.
Ma è stato quando a 14 anni ho iniziato i miei studi in orticoltura che mi sono confrontato con un altro tipo di odori. Quelli dell’humus, delle serre umide, dei fiori bianchi e opulenti, ma anche quelli più disturbanti dei narcisi o dei crisantemi, senza citare in dettaglio quello della putrefazione!
Anni fa ho scoperto la serie Incense di Comme des Garçons. Era la prima volta che venivo colpito da un concetto così poetico: ri-trascrivere l’odore di vari luoghi santi nel mondo in un profumo. Poi c’è stato Serge Lutens che mi ha dato brividi col suo universo sia olfattivo che visuale e narrativo.

Tu risiedi a Parigi, ma sei nato in Svizzera da genitori italiani. Dove sono le radici di Roberto Greco?
Come ogni figlio di immigrati italiani le mie radici sono lì, più precisamente nel Salento dove appena si poteva si andava per ritrovare il resto della famiglia. Il rapporto con quella terra e i suoi odori è anche molto presente e importante nella mia memoria. Secondo me perché non venivo in contatto con loro quotidianamente, ma soltanto qualche mese all’anno, e quindi si imprimevano meglio nella mente, come l’odore del fuoco nei campi, l’odore della terra, degli ulivi, del mare, delle erbe aromatiche che si ritrovavano nel piatto, dei vapori di incenso che venivano fuori della chiesa, dei temporali che davano un odore metallico a tutto il villaggio, dell’odore di gas della cucina di mia nonna, ma anche del borotalco che usava.